Presentazione

La Logica di Russel, il Coraggio di Camus e la Fede di Chesterton.

mercoledì 9 ottobre 2013

Umberto Veronesi

Dal suo Blog una nota (che condivido) al libro di Veronesi.
LexMat

Da "http://lunariaesistenzialismo.blogspot.it/2013/10/umberto-veronesi-muore-piu-serenamente.html" :

"Muore più serenamente colui che non crede"

Sto leggendo "Dell'amore e del dolore delle donne"; ho trovato il libro per caso, e il titolo mi intrigò; devo dire che ci sono stralci interessanti; riporto questo, per esempio, che è una cosa che avevo già fatto notare in un mio racconto "A ciascuno il suo pensiero", dove mettevo a confronto il modo di vivere e di morire nei diversi culti religiosi (che nel mio racconto avevo estremizzato). Ritengo che dovremmo cominciare a parlare di "violenza religiosa", perchè come esiste una violenza islamica, ne esiste una anche cristiana (meno vistosa e più subliminale). Chiamare le cose col loro nome è già un modo per non chiudere gli occhi; ho la grande speranza (utopia?) che il progresso e la scienza possano, un giorno, cancellare tutte queste forme violente di religione, con il loro dio di riferimento, grondante sangue, specialmente femminile. Dirò di più: è proprio la religione il cancro dell'animo umano, e aimé, continua a mietere vittime. La cura è una sola, e si chiama "Libero Pensiero", una medicina che non costa nulla, piacevole a prendersi e utile a chiunque.

"Era bellissima e non lo sapeva. [...] Avevo appena iniziato a lavorare all'Istituto nazionale tumori di Milano, erano gli anni Cinquanta, [...] e invece proprio lì e proprio a me toccò dirle, con le parole più chiare e meno dolorose che riuscì a trovare, che aveva un cancro al seno. Accolse la notizia senza un fremito, immobile e impassibile [...] Mi chiese semplicemente cosa dovevo fare, e io le prospettai la mastectomia totale: avrei dovuto asportarle la mammella. Anche a queste parole - una coltellata nella psiche femminile - reagì guardandomi fisso negli occhi con decisa rassegnazione. Nient'altro. Questa volta ero io che non capivo. Lei colse il mio imbarazzo e ruppe il silenzio. Voleva spiegarmi. "Vede, dottore, questa malattia ha colpito il mio seno per i miei peccati di sesso. Mi ha procurato troppo piacere sotto le carezze degli uomini. Ora Dio con il cancro me lo porta via, così non peccherò più. Anzi, insieme a questo mio seno, se ne andrà via da me anche il desiderio di altre carezze e altri baci, quel desiderio che mi ha fatto cadere tante volte in tentazione, e sarò infine libera da questa maledizione. Se poi non basterà e dovrò morire..." Per me, che avrei voluto a tutti i costi salvare il suo corpo adesso e non nell'aldilà [...] questa reazione era incomprensibile. "Ma che dice? Il suo Dio è il Dio di mia madre ed è buono e non può desiderare che lei soffra né che lei muoia." [...] Mi pentii quasi subito di ciò che avevo detto. Capii che quello era il suo modo di proteggersi: stava affrontando un dolore ingiusto, impossibile da spiegarsi, e allora l'unico modo di difendersene era cercare di sublimarlo. In seguito l'avrei visto fare a tanti altri credenti. Nella ricerca di un significato, aveva scelto quello più alto: aveva trasformato il suo tumore in un lasciapassare per la salvezza dell'anima. Pur di contrastare il dolore, fronteggiare qualcosa che era insieme incomprensibile e ineluttabile, si era rifugiata nel retaggio della società integralista cattolica in cui era nata, quella che vedeva in Dio un padre autoritario anzichè amorevole (e chi sono i responsabili di questa visione di Dio? Ma ovviamente i vari san tommaso d'aquino e sant'agostino, così occupati, nella loro vita, a discettare su orgasmi, erezioni, sperma e fuoco dell'inferno, affinchè i loro concetti di sessofobia entrassero in tutti i dogmi della Chiesa! Nota di Lunaria) detentore di un potere al quale sottomettersi docilmente e in cui soffocare i propri dubbi. Non riuscire a trovare una ragione all'idea di doversi sottoporre a una mutilazione crudele e apparentemente inutile (un tumore di questo tipo non provoca dolore, e asportare il seno sembra assurdo), era per lei molto più angosciante che accettare la presenza di un Dio vendicatore, che in questa vita la puniva, ma in un'altra l'avrebbe salvata e portata con sé in Paradiso.

Dopo quell'incontro mi sono chiesto spesso se la fede sia davvero un sostegno per le donne. E se parliamo del rapporto con la malattia, o più in generale con la sofferenza, oggi sono convinto che la risposta è no [...] Mi sento di osare ancora un po' di più: la fede non aiuta neppure nel confronto con l'idea della morte, né nel momento della morte stessa. La mia esperienza medica mi ha insegnato che muore più serenamente colui che non crede, donna o uomo che sia. Nell'istante in cui il non credente prende coscienza che è giunto il tempo di andarsene, chiede solo di non soffrire: non si aspetta nulla, e soprattutto non teme nulla per ciò che verrà dopo. Non dobbiamo avere paura della morte perchè se c'è lei non ci siamo più noi, diceva Epicuro. Il credente, invece, è costretto a confrontarsi fino all'ultimo con il dubbio angosciante di non aver vissuto rettamente (vero; santa Caterina passò le ultime ore della sua esistenza a disperarsi, non sentendosi stata abbastanza capace di "servire Dio" nota di Lunaria), di non essersi guadagnato un aldilà dignitoso, ed è assalito dai rimpianti o dai rimorsi: al dramma della morte si somma il dramma del senso di colpa."

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